Pacatezza e garbo: il ricordo di Fabrizio Frizzi

Di Mattia Lasio

Gianni Brera, il più grande giornalista sportivo italiano di tutti i tempi, diceva che le telecamere fossero in grado di bruciare coloro i quali avevano a che fare con esse. Sono, infatti, tante le testimonianze di personaggi, in gamba e preparati, scottati dall’esperienza del mondo televisivo, in cui molto spesso troviamo individui dal dubbio valore e non in grado di usufruire di un mezzo, quello della televisione, che potrebbe rivelarsi utile se adoperato in maniera adeguata. Tra i tanti volti noti e meno noti comparsi nel piccolo schermo, una figura capace di distinguersi per la sua personalità buona e per la sua pacatezza è stata quella di Fabrizio Frizzi. Nato a Roma il 5 febbraio 1958, dopo aver conseguito la maturità classica e aver abbandonato la facoltà di giurisprudenza, muove i suoi primi passi presso tv e radio private, per approdare in Rai alle trasmissioni ‘’Il Barattolo’’, e ‘’Tandem’’. Momento chiave nella carriera di Fabrizio Frizzi, grazie all’appoggio di Michele Guardì – regista e autore televisivo italiano – che vide Fabrizio Frizzi al timone per quindici edizioni consecutive e ‘’Scommettiamo che?’’, programma in grado di ottenere un grande successo di pubblico. Tante sono state le esperienze significative che hanno visto Fabrizio Frizzi – cimentatosi anche nello sceneggiato ‘’Non lasciamoci più con Debora Caprioglio – ricoprire un ruolo di primo piano e, cosa non certo scontata, tante sono state le occasioni in cui ha regalato agli spettatori un sorriso. Lo stesso sorriso che aveva lui e che ha mantenuto fino agli ultimi istanti della sua vita. Fabrizio Frizzi era un uomo gentile, garbato, mai arrabbiato mai scorbutico o aggressivo. E’ stato in grado di ritagliarsi un ruolo da protagonista con correttezza, passione e dedizione verso il suo lavoro. Fabrizio Frizzi non ha mai avuto bisogno di spingere o fare sgambetti ai suoi colleghi per ritagliarsi il suo spazio e questo, indubbiamente, rappresenta il suo punto di forza e il suo tratto caratteristico. Dopo il divorzio dalla sua prima moglie Rita Dalla Chiesa, Fabrizio Frizzi si è legato alla giornalista Carlotta Mantovan, conosciuta durante una edizione di Miss Italia, da cui ha avuto una bambina di nome Stella. Il 23 ottobre 2017 è stato colpito da una ischemia che lo ha tenuto lontano dal programma della ‘’Eredità’’. Programma in onda su Rai 1, allora condotto da Frizzi, fino al dicembre dello stesso anno, per poi tornare temporaneamente alla conduzione del celebre quiz televisivo. Fabrizio Frizzi, pur essendosi apparentemente ripreso, non si è mai liberato totalmente dei problemi di salute che gravavano su di lui e, il 25 marzo 2018, a causa di una emorragia cerebrale è stato ricoverato d’urgenza presso l’ospedale Sant’Andrea di Roma. A nulla sono serviti i tentativi dei medici di risolvere una situazione ormai compromessa e che ha visto il conduttore romano non riuscire a superare la crisi, spegnendosi durante le prime ore del 26 marzo 2018, lasciando un vuoto impossibile da colmare per tutte le persone che gli erano attorno e che provavano sentimenti di affetto e stima nei suoi confronti. Michel de Montaigne, filosofo, scrittore e aforista francese, diceva che ogni scienza è dannosa a colui che non ha la scienza della bontà. Fabrizio Frizzi di questa scienza era un grande appassionato, un vero e proprio cultore, capace di praticarla al meglio e, soprattutto, capace di creare beneficio grazie ad essa alle persone che incontrava nel suo cammino. E tra le tante cose che ha fatto e lasciato questa, senza dubbio, è la più importante e la più preziosa. Perché la bontà è un bene estremamente caro, dal valore inestimabile e che pochi sono in grado di donare. Fabrizio Frizzi era uno di quelli e noi, per questo e tanto altro, non lo ringrazieremo mai abbastanza. Ciao Fabrizio, che il tuo sorriso non smetta mai di accompagnare tutti coloro che hai incrociato in questo viaggio senza precedenti chiamato vita.

Il fu Andrea Camilleri, scrittore di valore e grande talento

Di Mattia Lasio

Andrea Camilleri è stato più di uno scrittore, più di un’intellettuale, più di un uomo di lettere: Andrea Camilleri è stato uomo prima che scrittore e, in una società che richiede personaggi e falsi profeti da bruciare nell’arco di un anno, non è cosa da poco. Siciliano, originario di Porto Empedocle in cui nacque il 6 settembre del 1925, si è spento nella giornata del 17 luglio 2019, nello stesso periodo in cui precedentemente perse la vita il suo conterraneo Paolo Borsellino, per mano di cosa nostra. Di formazione classica, Camilleri, oltre che scrittore è stato regista, autore teatrale – fu il primo a portare Samuel Beckett in Italia – saggista e insegnante di regia presso l’accademia nazionale d’arte drammatica. Il successo per lui è arrivato tardi. Nel 1992, all’età di sessantasette anni e a sua detta è stato meglio così: è arrivato nel momento giusto, nel momento di massima maturità, dopo una lunga pausa dalla scrittura. E’ arrivato nel momento in cui una persona è in grado di viverlo, di goderselo e, soprattutto, di affrontarlo senza rischiare di cadere vittima del carro dei vincitori da cui, come ben si sa, è fin troppo facile scendere e non risalire più. Ideatore del celebre e amatissimo Commissario Montalbano, reso ancor più noto grazie all’interpretazione sul piccolo schermo ad opera del bravissimo Luca Zingaretti, ha saputo con questo personaggio divertire, intrattenere e far riflettere tantissimi italiani, legati alle vicende del brillante commissario a partire da ‘’La forma dell’acqua’’ uscito nel 1994. Camilleri da molti era considerato un maestro, termine importante e carico di responsabilità, utilizzato in questo caso ad hoc: il vocabolo maestro indica colui che, in virtù delle proprie esperienze e conoscenze, è in grado di contribuire alla formazione degli individui con cui si trova ad interloquire. Camilleri è riuscito in ciò pienamente, facendoci capire l’importanza della parola, l’importanza del confronto e il valore del dialogo con chi abbiamo di fronte, lasciandoci un patrimonio fondamentale e prezioso in questi tempi moderni che non conoscono più pacatezza ma solo attacchi e turpiloquio. Camilleri lascia un vuoto, come è facile dedurre, incolmabile. Con lui va via uno degli ultimi veri e grandi scrittori rimasti nel nostro paese, un individuo capace di trasmettere dei messaggi, capace di scuotere realmente le coscienze a cui troppi si appigliano ma che in realtà ben pochi conoscono. Camilleri ha interpretato i giorni nostri adeguatamente, fornendoci uno sguardo lucido e attento sulle dinamiche che riguardano il Meridione e l’intera penisola italiana grazie alla scrittura: lui, che diceva di saper solo scrivere e di non sapere fare altro, è riuscito ad adoperare al massimo delle sue potenzialità questo importantissimo e nobile mezzo di comunicazione. Scrittura dal sapore antico, scrittura che comunica, scrittura che testimonia, scrittura che permette di comprendere ciò che è bene e ciò che bene non è, in questi tempi in cui, come ricordava lo stesso Camilleri, i cretini si camuffano da intelligenti, a discapito di chi è veramente valido. Non è un addio questo, ma giusto una separazione momentanea resa meno dolorosa da quello che in questi lunghi abbi lo scrittore siculo ci ha lasciato. Arrivederci Maestro.

Quasi sempre brute bestie

Di Mattia Lasio

Viviamo in un mondo violento e, se mai avessimo bisogno di conferme, basta osservare con un minimo di attenzione quello che succede giornalmente per renderci pienamente conto di ciò. Violenza presente in ogni settore: scuola, casa, sport, lavoro, università e istituzioni varie. Violenza a cui si risponde con altra violenza, dando vita ad un circolo vizioso, e alquanto pericoloso, che diventa sempre più difficile arrestare. La violenza nasce dall’ignoranza, dalla mancanza di dialogo e di desiderio di un pacifico confronto in cui poter ascoltare il parere dell’altro da cui trarne un arricchimento. E tra le forme di ignoranza più diffuse e deleterie c’è quella che porta a non vedere gli errori dei nostri simili, gli errori di chi è nostro amico, gli errori di chi proviene dal nostro stesso gruppo per cui provare un forte senso di appartenenza e protezione. Insomma, quella che gli antropologi chiamerebbero con il nome di spiccata visione etnocentrica, ovvero la convinzione che il contesto da cui veniamo sia sempre, e guai a dire il contrario, dalla parte della ragione e mai del torto. In quel di Nuoro – tempo addietro – città collocata nella Sardegna settentrionale, una giovane ragazza ha malmenato con un mattarello il suo fidanzato durante una discussione degenerata. Il motivo? Semplice e sciocco: gelosia e schermaglie tra innamorati. Nel corso di questi anni abbiamo assistito a numerosi casi di cronaca in cui pseudo uomini si sono macchiati di azioni tremende e crimini nei confronti del gentil sesso, togliendo madri a figli ancora piccoli, togliendo amiche, lavoratrici e tanto altro, ma soprattutto togliendo ad esseri umani la possibilità di continuare a vivere. E giustamente sono state prese delle misure punitive nei confronti di chi si è comportato come la peggiore delle bestie. Bisognerebbe però ricordarsi di una cosa: la violenza non conosce limiti e non conosce, cosa ovvia, sesso e distinzione. Ogni forma di violenza andrebbe condannata, critica aspramente ed evitata, che siano uomini a commetterla o che siano donne a rendersi protagoniste di scene spiacevoli. La vicenda dei due ragazzi di Nuoro è stata presa parecchio alla leggera e accompagnata da commenti ironici, se di ironia si può parlare in questa situazione, e sgradevoli verso il ragazzo malmenato, definito come allocco, debole e individuo dotato di poco polso. Della seria, oltre il danno la beffa. Se fosse accaduto il contrario inutile dire che, cosa buona e doverosa, avremmo assistito ad una invettiva accesa e senza mezzi termini nei confronti di chi stavolta, invece, si trova ad essere non carnefice ma vittima. Bisognerebbe non fare di tutta un’erba un fascio e bisognerebbe dare a Cesare quel che è di Cesare, ammettendo gli errori commessi senza generalizzare e senza trovare scuse. Perché la violenza, in qualsiasi contesto, non può e non deve essere giustificata tramite l’impiego di dubbi e sciocchi pretesti senza capo né coda. Diceva Liliana Segre, senatrice a vita italiana e superstite dell’Olocausto: ‘’L’indifferenza è peggio della violenza. Dall’indifferenza non puoi difenderti’’. Probabilmente, dopo tanti e spiacevoli precedenti illustri, sarebbe il caso di correre ai ripari prima che sia troppo tardi. Uomini, donne, anziani, bambini. Siamo tutti persone che meritano rispetto, anche se, ahimè, sembriamo essercelo dimenticato.

In difesa di Indro Montanelli

Di Mattia Lasio

Indro Montanelli, uno dei più grandi giornalisti italiani di sempre, le cose non le ha mai mandate a dire. Ha sempre avuto una risposta valida appresso a sé e la battuta pronta, ironia notevole e spirito sanguigno da buon toscanaccio quale è stato. Scrittura chiara, limpida e tagliente, in grado di far cadere molte maschere e il costante perbenismo presente nel nostro paese. Doti e qualità note e riconosciute da tutti, o quasi. Infatti il movimento femminista Non una di meno, profondamente indispettito e adirato per la statua dedicata in quel di Milano a Cilindro, così era chiamato simpaticamente Montanelli, ha deciso  di imbrattarla in segno di protesta verso un uomo ritenuto fascista antiquario, paterna sta e, soprattutto, mediocre. Ebbene sì, mediocre: perché le femministe del movimento ‘’Non una di meno’’ così hanno ritenuto l’operato del giornalista toscano. Passino le idee politiche differenti, passino le opinioni totalmente opposte e, probabilmente, agli antipodi, passino le ideologie morali e comportamentali avverse, ma negare l’evidenza – in qualsiasi caso – è dannoso oltre che controproducente. Montanelli è stato un fuoriclasse della parole, un asso del giornalismo nostrano, tra i migliori di tutti i tempi se non il migliore. Individuo arguto, attento ai mutamenti sociali, politici e storici che gli si prospettavano davanti e che è stato in grado di interpretare e narrare. Appassionato di storia, disciplina a cui si è dedicato con l’ausilio di Mario Cervi, saggista e storico italiano originario di Crema, ha realizzato vari volumi relativi alla storia d’Italia. Montanelli non ha mai nascosto la sua vena letteraria e, nel 1950, diede alle stampe ‘’Il generale della Rovere’’, da cui Roberto Rossellini trasse l’omonimo film nove anni dopo. Montanelli fu, inoltre, fondatore di due grandi testate, ‘’Il giornale’’ e ‘’La voce’’, di cui fu direttore e che contribuirono a lanciare figure di spicco quali, giusto per citare il più conosciuto, Marco Travaglio ovvero il fondatore e il direttore de ‘’Il Fatto Quotidiano’’. I risultati ottenuti parlano da soli e rendono Montanelli abbastanza distante dal concetto di mediocrità di cui è tacciato dalle femministe. Femministe che si sono sempre battute – giustamente – per il dialogo, la  libertà di espressione e di opinione ma che non esitano, qualora ci fosse individui con idee distanti dalle loro, ad agire in maniera impulsiva e non propriamente educata. Montanelli non è stato un santo: lo sapeva benissimo lui stesso e non ha mai detto di essere tale. Nessuno, chiaramente, giustifica il fatto che lui abbia acquistato una ragazzina di dodici anni, durante il suo soggiorno in Abissinia, e l’abbia sposata. Nessuno l’ha fatto e nessuno andrà a farlo. Semplicemente il tutto andrebbe contestualizzato perché, come è noto ai più, non è un bene fare di tutto un’erba un fascio e il comportamento di Montanelli, come quello degli altri individui che si trovarono in un contesto analogo, andrebbe esaminato e giudicato con dei canoni e dei parametri relativi all’epoca in cui i fatti sono accaduti. Le femministe si fanno forti della ‘’giornalista’’ Elvira Bonotti, fervida attivista e detrattrice di Montanelli, che definì Cilindro uno stupratore, ovvero colui che compie uno stupro, ovvero un atto sessuale imposto a qualcuno con la forza. Accusa che non può essere rivolta a Montanelli dato che la pratica di comperare delle ragazzine e sposarle, in quel determinato periodo storico a cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta, era perfettamente legale e praticata. Questo non vuol dire che non si tratti ugualmente di un qualcosa di squallido e immorale, ma da qui a definire Montanelli come uno stupratore e un pensatore mediocre ce ne passa. Le parole sono un bene prezioso di cui disponiamo, probabilmente il più importante in nostro possesso. Ecco, sarebbe il caco di dare alle parole il giusto peso e di adoperarle adeguatamente, evitando di compiere azioni discutibili e veementi che si rivelano inutili e insensate. Le parole consentono di dialogare e il dialogo è necessario per crescere e per confrontarsi in maniera educata e consapevole. Un dialogo a senso unico, come è facile desumere, non è più un dialogo bensì un monologo dove ci si dà la ragione senza aver preso in considerazione le opinioni degli altri. E questo atteggiamento, di qualunque fazione politica sia, andrebbe evitate. Anche perché agendo in tale modo si rischia di cadere in errori che rimandano a correnti tanto detestate da cui, comportandosi in una certa maniera, non si è poi così distanti. Non trovate?

Per scherzo si fa tutto

Di Mattia Lasio

Niccolò Machiavelli diceva che gli uomini, tutti nessuno escluso, sono cattivi e sleali di natura, e ben poco si può fare per cambiare questa situazione. Sarebbe bello dissentire su una tale affermazione ma il tempo, che si sa è maestro di vita, ci presenta ancora una volta un evento che rende difficile intravedere uno spiraglio di luce su  certe dinamiche socio-comportamentali della sfera quotidiana. 17 maggio 2015, Ladispoli: una serata come tante, apparentemente, in cui si consuma una delle vicende più crude e cupe degli ultimi anni della storia italiana. La vittima porta il nome di Marco Vannini, ventenne, fidanzato con Martina Ciontoli, figlia di Antonio e sorella di Federico. Nell’abitazione si trovano anche Maria, madre di Martina e consorte di Antonio Ciontoli, e Viola Giorgini, fidanzata di Federico Ciontoli. Marco Vannini si trova in una vasca, impegnato a farsi un bagno ristoratore e a veder spuntare dalla porta Antonio Ciontoli, padre della sua fidanzata Martina, con una pistola in mano che gli viene puntata  addosso e da cui parte un colpo. Il proiettile arriva al torace e si rivelerà fatale. Le domande sono tante, scomode e fastidiose persino per chi prima di puntare il dito contro aspetta sino all’ultimo istante, nonostante l’evidenza. Cosa ci fa un padre di famiglia con una pistola in mano, carica, seppur lui continui a negare di sapere che essa fosse così, davanti al fidanzato della figlia che si lava e che, non si sa perché e per quale assurdo motivo, avrebbe chiesto proprio in quel frangente di vederne il funzionamento? Nessuno, sino ad oggi, è ancora riuscito a rispondere a questa domanda e tutte le altre che sono scaturite da una vicenda che sa di paradossale. In casa Ciontoli, in quel 17 maggio di quasi cinque anni fa, nessuno si è preoccupato di chiamare immediatamente i soccorsi. Nessuno. Sono stati tirati fuori tanti espedienti, sciocchi e fantasiosi, per non dare nell’occhio e per cercare di cavarsela. Si è parlato di caduta dalle scale, si è parlato di una puntura di un pettine, prima ancora di tutto ciò, si è data la colpa ad uno scherzo, a una burla vivace. Fossero tutte così le burle, ci sarebbe davvero da stare all’erta in qualsiasi istante, persino quando si è in casa della propria ragazza mentre ci si fa un bagno. I soccorsi sono stati chiamati troppo tardi e a nulla è servito il trasferimento in elicottero al Gemelli di Roma. A nulla. Come è nulla ciò che resta in mano alla famiglia di Marco Vannini, dopo che la pena di 14 anni richiesta per Antonio Ciontoli è stata ridotta a  anni. Mala informazione, mala sanità e mala giustizia sono espressioni che chiunque ha sentito spesso, senza però essere riuscito a farci l’abitudine. Probabilmente stiamo assistendo, per l’ennesima volta, a un caso tutto italiano di amala giustizia di cui altre volte si è sentito parlare nel nostro Paese. Elementi che non tornano, ritardi, interrogativi privi di risposte. C’è chi accusa e chi si difende e nega. Un classico. In tutto questo un giovane di vent’anni, con una vita ancora da assaporare e approfondire, ha dovuto interrompere il suo cammino per uno ‘’sbaglio’’. Così almeno Antonio Ciontoli sostiene. Tra i Ciontoli si è parlato di destino: ‘’Era destino morisse, era destino andasse così’’. Con il termine destino si è soliti indicare una entità superiore che regola le esistenze di ciascuno secondo leggi imperscrutabili, immutabili e, spesso, incomprensibili. Proprio come questa storia avvenuta in una sera normale, in una abitazione normale, con persone assolutamente normali. Insomma, tutto perfettamente normale, un po’ come uno scherzo. Perché si sa, scherzando si dice e si fa tutto, anche un omicidio.

Il valore della comunicazione

Di Mattia Lasio

‘’Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e canoscenza’’. Così si rivolgeva Ulisse – celebre eroe della mitologia greca – ai suoi compagni di avventura in modo tale da convincerli a superare lo Stretto di Gibilterra e così riporta Dante nei versi numero 119 e 120 del canto ventiseiesimo dell’Inferno. Ulisse rappresenta la sagacia, la voglia di conoscere, la voglia di spingersi oltre i propri limiti, la capacità di adoperare per i suoi intenti il bene più prezioso di cui disponiamo: le parole. Le parole sono ciò che consente di dare vita alla comunicazione, al confronto, al dialogo costruttivo e fondamentale per crescere. Le parole sono ciò che ci differenzia dalle bestie e che ci porta alla ‘’canoscenza’’ di cui parlava Ulisse: conoscenza che consente di sviluppare un proprio pensiero, libero, indipendente e ben ponderato, tramite il quale sottoporre al vaglio critico ciò che ci viene propinato costantemente, in un’epoca in cui l’importanza del comunicare – e di conseguenza l’importanza delle parole – sta andandosi a perdere. Viviamo tempi complessi, tempi difficili, tempi che potrebbero tranquillamente essere definiti ‘’bui e duri’’ senza rischiare di essere etichettati come fatalisti e pessimisti della prima ora. Tempi in cui la violenza ha la meglio, ahimè, in numerosi contesti: scuola, famiglia, lavoro, sport e chi più nee ha più ne metta. Gli articoli di cronaca e i telegiornali parlano di eventi violenti e cruenti giornalmente, come una consuetudine a cui oramai quasi manco ci si fa più caso. Il perché di tutto questo? Nessuno sembra trovarlo, eppure, riflettendo con un minimo di attenzione, è facilmente individuabile. Al giorno d’oggi non si dà più il giusto peso alle parole tanto che, in numerose occasioni, esse vengono ritenute superflue, sacrificabili e sostituibili con azioni di forza che sfociano, spesso e malvolentieri, in gesti estremi, inconsulti e da cui non si può più tornare indietro. Le parole e il loro utilizzo sono ciò che ci rendono ‘’umani’’, sono ciò che ci consente di instaurare un legame con chi abbiamo davanti, sono una delle poche bellezze rimaste e di cui sembra non si sa più cosa farsene. Tullio De Mauro, uno dei più importanti e validi linguisti che il nostro Paese ha avuto la fortuna di avere, in un suo libro intitolato ‘’La lingua batte dove il dente duole’’ diceva: ‘’La distruzione del linguaggio è la premessa a ogni futura distruzione’’. Parole importanti, anzi importantissime e preziose. Non adoperando più le parole, dimenticandoci di esse, della loro funzione e della loro importanza ci si appresta a distruggere il linguaggio, ci si appresta a distruggere il dibattito costruttivo e utile per la crescita di ogni persona. Le parole, in una società che spinge sempre più verso l’omologazione e il silenzio, rappresentano la virtù principale di cui disponiamo e che può permetterci di rendere meno angusto e cattivo il mondo che, irrispettosamente, abitiamo. Bisognerebbe non scordarselo mai, né ora né tantomeno nel futuro che incalza, affinché quello che di brutto si è verificato tempo addietro qualora ritornasse non lasci nuovamente segni indelebili e dolorosi. Le parole possono difenderci, possono proteggerci e permetterci di dare vita al cambiamento che tanti aspettano ma per cui pochi – o forse sarebbe il caso di dire pochissimi – hanno il coraggio di battersi e concentrare le proprie energie. Le parole sono dalla nostra parte e sono disposte a combattere con noi e per noi: teniamocele strette.

Chi è intellettuale non lo dice!

Di Mattia Lasio



 

La cultura, analizzando questo concetto dal
punto di vista antropologico, per risultare tale deve essere trasmessa e
condivisibile: condivisibile con un singolo, condivisibile con più individui,
condivisibile con una comunità e chi più ne ha più ne metta. Eppure, da tempo
immemore, la cultura è stata strumentalizzata per cause poco nobili e poco
credibili, come tanti altri settori e elementi di valore, finendo per essere
elitaria e pedante. In Italia, il livello di pesantezza e pedanteria della
‘’cultura’’ tocca picchi altissimi, preoccupanti e tremendamente – nel senso
letterale e pieno del termine – noiosi. Si parla parecchio del bisogno di nuove
idee, nuove leve, nuove iniziative che scuotano il ‘’bel paese’’ e le coscienze
e insomma, fino a qui, nulla da dire, tutto è bello, tutto è giusto ed
estremamente corretto. Sorge però spontaneo un dubbio, sottile quanto
significativo e scomodo: come si possono pretendere nuovi progetti di valore se
poi il valore di costoro non solo non viene apprezzato e riconosciuto, ma anche
boicottato e ignorato dai cosiddetti ‘’intellettuali’’?

 Un intellettuale dovrebbe, per
l’appunto, adoperare al meglio il suo intelletto per cercare di migliorare la
situazione nella quale si trova, nella quale vive e nella quale opera. Eppure,
come si può ben vedere, ciò non accade molto spesso. L’intellettuale di oggi,
come anche quello del passato e di questo passo anche del futuro prossimo, non
accetta il dialogo, non accetta il confronto e il dibattito, in virtù della
‘’cultura’’ di cui si fa paladino. Anzi, meglio precisare: l’unico paladino. La
domanda sorge spontanea – probabilmente anche la risposta riflettendoci un
minimo – e doverosa: è utile tutto ciò? E’ proficuo per il bene comune di cui
tanto si parla questo atteggiamento/ comportamento/ presa di posizione
(sciocca)?

Avere importanti basi didattiche serve se
non vengono adoperate per qualcosa di costruttivo, ma solo ed esclusivamente
per vantarsi di quanto si è ”bravi”, andando di conseguenza ad escludere chi
magari non ha avuto l’opportunità di ricevere una determinata formazione? A
cosa porta tutto questo se non alla spocchia ingiustificata e al nozionismo
fine a se stesso? Viviamo tempi complessi, tempi difficili ed estremamente
delicati. Mai come in questo momento sarebbe necessario proseguire e lavorare
assieme, lasciando da parte i propri intenti personali per portare avanti un
qualcosa che possa giovare anche ai posteri. Ludwig Wittgenstein, celebre
filosofo e logico austriaco, diceva: ‘’La filosofia non è una dottrina, ma
un’attività’’. Wittgenstein sottolinea l’elemento dinamico e attivo della
filosofia, sottolinea l’importanza di non rendere un dogma inattaccabile il
sapere che si è avuti l’occasione di far proprio. Chi è consapevole del suo
bagaglio, fatto arcinoto, non sente il bisogno di fare sfoggio di ampollosi
termini e complicate citazioni per ben apparire davanti a un uditorio,
tutt’altro: cerca di essere il più comprensibile possibile, in modo da
trasmettere le sue conoscenze e in modo da fare sì che gli insegnamenti dei
manuali di studio non nascano, si perdano e muoiano in salotti popolati da
falsi sapienti e falsi profeti. Morale della favola? Chi è intellettuale non lo
dice, fa!

Il trentennale della morte di Leonardo Sciascia

Di Mattia Lasio

Tanti sono stati definiti maestri, probabilmente troppi.

Ancora di più si sono definiti autonomamente tali senza rendersi conto dell’importanza del termine. Ci sono poi quelli che maestri lo sono stati per davvero ma non sono stati a decantare le proprie lodi, lasciando ad altri questo compito e preoccupandosi di fare qualcosa di costruttivo per il contesto nel quale si trovavano. Leonardo Sciascia è stato uno di questi: nativo di Racalmuto, rappresenta una delle figure più importanti e significative del nostro paese, che è stato in grado di osservare, descrivere e analizzare con una maniera tipica di un vero maestro, lui che maestro lo era per professione, essendosi dedicato all’insegnamento presso le scuole elementari, proprio come sua moglie Maria. Sciascia, classe 1921 e protagonista del movimento culturale della seconda metà del novecento, è quel tipico esempio di intellettuale in grado di applicare le sue conoscenze alla realtà a lui circostante, anticipando concetti e pensieri che per anni si è cercato di tenere nascosti e ignorare.

Fu uno dei primi ad utilizzare la narrativa per denunciare le storture causate dalla mafia, sottolineando quanto fosse forte e ben radicata ”Cosa nostra”, non solo sul suolo siciliano, ma via via che ci si spostava per la penisola italiana. Parlare di mafia non è mai stato facile e in quel periodo lo era ancora di meno: era preferibile vedere ripicche, delitti passionali e quant’altro piuttosto che criminalità organizzata e con mani in ogni dove. Tra le sue opere principali come dimenticare Il giorno della civetta, La scomparsa di Majorana, A ciascuno il suo, Una storia semplice. Libri nei quali la letteratura viene adoperata per un fine che supera il semplice intrattenimento e il voler comunicare: la letteratura diventa potente mezzo per fare capire che qualcosa non va, qualcosa non torna a causa di una entità che è tutto fuorchè vaga ma, in realtà, ha un appellativo ben preciso ed è gestita da insospettabili ‘’uomini di onore’’. Ha visto lontano Sciascia, molto più lontano di tanti pensatori di ieri e di oggi.

Definiva l’Italia come ‘’un paese senza memoria e senza verità’’ e, mai come in questo momento, ci si può accorgere di quanto avesse ragione. Figura poliedrica – collaborava con testate giornalistiche, amante del teatro e del dibattito politico – è stato un grande appassionato di Pirandello, verso cui si dedicò in maniera approfondita concentrando i suoi studi sul pensiero dello scrittore di Girgenti, soffermandosi anche sul suo rapporto con la Sicilia, dando vita ad importanti e preziose pagine di critica letteraria. Il tempo scorre, molto più in fretta di quanto si possa immaginare, e sono passati già trent’anni dalla scomparsa di Sciascia. Da allora sono cambiate molte cose ma una, ahimè, è rimasta tale e quale: l’Italia è ancora un paese senza verità e senza memoria. E di questi tempi, invece, sarebbe fondamentale coltivare la memoria, in modo tale da non dimenticare ciò che si è vissuto. Alcuni storcono ancora il naso a sentire certe frasi, preferendo l’omertà alla ricerca della verità. Sciascia parlava di tutto ciò parecchi anni orsono e non mancarono detrattori che vedevano in lui un visionario, uno che vedeva problemi dove in realtà problemi non c’erano.

Ma d’altronde si sa: non si è mai profeti in patria e l’Italia questo lo sa fin troppo bene.

La madre di tutte le stragi

Di Mattia Lasio

E’ stata definita la ‘’madre’’ di tutte le stragi, perché da lì in poi è cominciata quella ‘’strategia della tensione’’ che ha messo in ginocchio l’Italia, anche se già il termine strage – termine usato per definire l’uccisione violenta di un gran numero di persone – basta per capire l’entità di ciò che avvenne il 12 dicembre 1969. Cinquant’anni fa, nei locali della sede della Banca della agricoltura di Milano, esplose una bomba che tolse la vita a 17 persone e ferì 88 individui. Alle 16:37 di quel 12 dicembre di quasi mezzo secolo fa, la storia italiana cominciò un nuovo, amaro, capitolo della sua storia che terminerà con l’attentato alla stazione di Bologna il 2 agosto del 1980: sangue chiama sangue, con vittime innocenti a pagare, ingiustamente, un qualcosa che stava al di sopra delle loro facoltà e di cui non erano minimamente a conoscenza. Si sa che la verità è una pietanza a molti sgradita e gli avvenimenti di piazza Fontana ne sono l’ennesima testimonianza: c’è chi addossò le responsabilità dell’accaduto allo scoppio di una caldaia, pur essendo palese che di fronte a danni di una tale entità stavano dietro forze ben maggiori. Ci si trova nel pieno dell’autunno caldo: scontri tra forze dell’ordine e studenti, operai in piena rivolta, le rivendicazioni sociali di coloro che lavoravano nelle grandi fabbriche si uniscono alle agitazioni studentesche dando vita a una fase dell’età contemporanea contraddistinta da tumulti che porteranno alla formalizzazione di conquiste sociali rivelanti, come ad esempio ‘’Lo Statuto del lavoratori’’.  Nella ricerca dei colpevoli, le figure individuate come ‘’papabili’’ per questo ruolo disgraziato sono gli anarchici che, in quel periodo di forti mobilitazioni, rappresentavano  un capro espiatorio da non farsi sfuggire. Vengono accusati due tra gli esponenti del movimento anarchico: Valpreda – indicato come colpevole dal ‘’confuso’’ tassista milanese Cornelio Rolandi e incarcerato senza essere colpevole per tre anni – e l’anarchico Pinelli che pochi giorni dopo lo scoppio della bomba, il 16 dicembre per l’esattezza, cadde misteriosamente dal quarto piano della questura di Milano: c’è chi ha parlato di suicidio, c’è chi ha parlato di casualità. Probabilmente sarebbe stato molto più utile e proficuo parlare di omicidio, seppur parola pesante e in quel contesto anche alquanto scomoda. L’ultimo processo relativo alla vicenda della strage di piazza Fontana, databile all’anno 2005, afferma che la strage venne portata a compimento dalla cellula eversiva dell’organizzazione neofascista ‘’Ordine Nuovo’’, guidata da Franco Freda e Giovanni Ventura. Sembrerebbe tutto, finalmente, risolto ma così in realtà non è: i colpevoli Franco Freda e Giovanni Ventura non sono più processabili in quanto assolti con sentenza definitiva tempo prima, nel 1987. Della serie, oltre il danno la beffa, a cui si aggiunge il fatto che non è mai stata espressa alcuna sentenza verso gli esecutori materiali della strage di piazza Fontana, ovvero coloro i quali portarono all’interno della Banca dell’agricoltura la valigetta contenente al suo interno la bomba. In tutto questo è bene non dimenticare anche la figura del commissario Luigi Calabresi che, accusato ingiustamente dagli esponenti della estrema sinistra, venne ucciso nel maggio del 1972 dai membri di Lotta Continua – una delle maggiori formazioni extraparlamentari italiane di sinistra – Ovidio Bombressi e Leonardo Marino, ovvero gli esecutori materiali del delitto, mentre i mandanti – anche essi appartenenti alla formazione di Lotta Continua – furono Giorgio Pietrosfefani e Adriano Sofri. Il commissario Calabresi venne insignito della medaglia d’oro al merito civile alla memoria, all’anarchico Pinelli – trattenuto illegalmente, al termine delle 48 ore di fermo previste, presso la questura di Milano – e alle 17 vittime dell’esplosione una lapida commemorativa. Poco, troppo poco. Esistenze interrotte,  innocenti stritolati dai media e dubbi mai risolti: questo, e tanto altro, è la strage di piazza Fontana. Parlarne è doveroso, come è doveroso segnalare tutti i depistaggi e le incongruenze tipiche italiane che l’hanno resa, purtroppo, ancora più nota e tristemente misteriosa. Forse ricordare non è sufficiente e non cancellerà  di certo uno degli episodi maggiormente drammatici della storia del nostro Paese, ma è l’unica cosa possibile da fare anche perché, ancora una volta, è tardi per fare giustizia ed è tardi per scusarsi.

Historia magistra vitae (?)

Di Mattia Lasio

Guardarsi indietro può rivelarsi molto utile e istruttivo, in modo tale da non commettere errori definibili gravi e ingiustificati compiuti in passato. Per carità, come diceva Sant’Agostino, errare è umano, ma perseverare alla lunga è controproducente ed estremamente sciocco. E in un’epoca come questa, dove gli stolti e il loro riso abbondano, sarebbe meglio evitare o quantomeno provarci. E’ notizia recente l’episodio legato a una tale Francesca Rizzi, trentaseienne residente presso il comune lombardo di Pozzo D’Adda, nota come ’’Miss Hitler’’. Fisico curato, atletico, lunghi capelli lisci e biondi e una ‘’estrema’’ simpatia verso il fuhrer e il regime nazista, tanto da tatuarsi sulla spalle l’aquila simboleggiante il Terzo Reich. Alcuni hanno parlato della donna come di una persona con un carattere difficile, con una situazione  alle spalle complicata e certamente non tra le più rosee, eppure – come risulta abbastanza prevedibile – arrivare a giustificare le sue ideologie viene pressoché impossibile. La Rizzi inneggia all’odio verso gli ebrei, ritenuti dalla suddetta ‘’elementi da estirpare il prima possibile’’, e brama il ritorno del nazismo.  Tra il 1933 e il 1945 – secondo i data raccolti dal museo dell’Olocausto degli Stati Uniti D’America – le vittime della follia nazista ammontano tra i 15 e i 17 milioni di individui, una quantità enorme e impensabile. C’è chi ha negato la Shoa, c’è chi l’ha definita una invenzione e una grossa bugia e c’è chi come Francesca Rizzi, ancora, fomenta odio ingiustificato e si schiera dalla parte di coloro i quali sono stati i principali nemici della libertà, della umanità e del senso di filantropia che dovrebbe regolare i rapporti tra le persone. Le vittime del nazismo non possono essere dimenticate, non devono essere dimenticate soprattutto: la senatrice Liliana Segre ha tatuato sul suo braccio il numero rappresentante le torture patite all’interno dei lager, affinché non cada nel dimenticatoio la pagina più triste e violenta dell’età contemporanea. Il noto oratore Cicerone, nella sua opera retorica ‘’De Oratore’’ sosteneva che la storia fosse maestra di vita, rimarcando l’importanza del suo studio e sottolineando la sua funzione ammaestratrice  e formativa nei confronti degli individui. Eppure, prendendo atto della recente vicenda di Francesca Rizzi, viene spontaneo porsi degli interrogativi: siamo sicuri che la storia sia ancora maestra di vita? Siamo sicuri che le persone comprendano il valore della memoria e imparino dai propri errori?

Ai posteri l’ardua sentenza anche se, di questo passo, non è difficile rendersi conto che la risposta a tali quesiti c’è già ed è, tristemente, alquanto amara e vicina ad ognuno di noi.

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