Il coraggio di Giacomo Matteotti

Di Mattia Lasio

Il sommo poeta fiorentino Dante Alighieri lo ha definito in maniera sarcastica ‘’il bel paese’’. Un bel paese che, spesso, è stato macchiato di vergogna da figure sinistre. Figure che hanno cercato di ottenere potere e autorità in maniera meschina e violenta. Figure che hanno caratterizzato e dato vita a uno dei periodi più cupi della storia nostrana, ovvero il ventennio fascista periodo del quale Benito Mussolini rappresentò l’elemento di spicco, in senso del tutto negativo e spregiativo. L’ascesa del movimento politico del fascismo fu favorita da un insieme di fattori non positivi, dettati dalla Prima guerra mondiale e dalla sua conclusione, che portò con sé svariate importanti problematiche e una grande difficoltà nel ripartire: era un periodo nel quale le sofferenze della guerra e i numerosi problemi del dopoguerra aprivano un vuoto di sfiducia non da poco nella società italiana. Parecchi cittadini richiedevano l’intervento di un ‘’uomo forte’’ capace di risolvere rapidamente le numerose situazioni d’emergenza che si erano venute a creare.  In tanti, inoltre, temevano una possibile rivoluzione di stampo bolscevico e, proprio per questo motivo, era disposti a tollerare il teppismo, le manganellate e i pestaggi del fascisti, considerati dai ricchi proprietari agrari e dalla borghesia come un male minore.  Giovanni Giolitti, noto personaggio della politica italiana e più volte presidente del Consiglio dei ministri, chiamato  a presiedere l’ennesimo governo – in modo tale da riportare un po’ di tranquillità nel Paese – sottovalutò il fascismo, a cui non guardava con diffidenza e a cui diede credibilità politica, commettendo un errore fatale. L’abilità oratoria di Mussolini, la sua capacità di essere un personaggio in grado di parlare alle folle e fomentarle, unita ai timori e all’inettitudine del monarca Vittorio Emanuele III che in occasione della Marcia su Roma invece di stroncare il tentativo fascista non mosse un dito, fecero il resto. Non tutti però, fortunatamente, vedevano di buon occhio il nuovo movimento politico e c’è chi dal principio si batté affinché esso venisse debellato il prima possibile. Giacomo Matteotti fu uno di questi.

Egli nacque a Fratta Polesine il 22 maggio 1885 e venne ucciso il 10 giugno 1924 per opera di una squadra fascista cappeggiata da Amerigo Dumini, sotto gli ordini di Benito Mussolini. Quella di Giacomo Matteotti era una figura colta, preparata, solida. Non solo dal punto di vista culturale ma, elemento ancor più importante, dal punto di vista morale umano. Dopo una formazione classica e il conseguimento della Laurea in Giurisprudenza, Matteotti entrò in contatto con i movimenti socialisti, di cui divenne presto uno degli elementi di maggior valore e di rilievo. Matteotti capì immediatamente la pericolosità della diffusione del movimento fascista e dedicò la sua attività e il suo impegno al tentativo di annullamento della forza di quello che, poco dopo, sarebbe andato a rappresentare uno dei regimi totalitari più pericolosi e dannosi di sempre. Nel 1921 pubblicò l’importante Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia, all’interno della quale venivano denunciate per la prima volta le violenze delle squadre d’azione fasciste durante la campagna elettorale delle elezioni del 1921. Nel 1924, dopo essere diventato il segretario del Partito Socialista Unitario, venne pubblicata a Londra la traduzione del libro di Giacomo Matteotti intitolato Un anno di dominazione fascista, dove venivano riportati con attenzione e scrupolosità tutte le azioni violente e prevaricatrici compiute nei confronti degli oppositori.

La campagna antifascista di Giacomo Matteotti ebbe il suo culmine nel momento in cui, il 30 maggio del 1924, il segretario del Partito Socialista Unitario pronunciò quello che sarà il suo ultimo discorso pubblico alla Camera, durante il quale prese la parole per contestare in maniera decisa i risultati delle elezioni tenutesi il precedente 6 aprile del 1924. Proprio il 6 aprile la consultazione elettorale si svolse in un clima di grave violenza e intimidazione: in molti seggi gli elettori furono controllati e intimoriti dagli agenti fascisti.  Il ‘’listone’’ di Mussolini, che raccoglieva al suo interno anche candidati liberali e popolari, ottenne il 60% dei voti popolari e la maggioranza assoluta dei seggi, con 403 deputati. Le elezioni del 1924 furono le ultime elezioni politiche tenute in Italia, prima di una lunga interruzione. Le successiva elezioni, infatti, furono indette a distanza di ben ventiquattro anni, durante il 1948. Un mese a ventiquattrogiorni dopo, il 30 maggio, il deputato socialista Giacomo Matteotti denunciò apertamente ed energicamente in un discorso alla Camera il clima di violenza che aveva preceduto e accompagnato il voto e i brogli che si erano svolti ai seggi.  Pochi giorni dopo, il 10 giugno del 1924, Matteotti uscì di casa per dirigersi verso Montecitorio optando per il passaggio sul lungotevere Arnaldo da Brescia, in modo tale da raggiungere il Corso tramite gli archi di Porta del Popolo. In questo specifico punto, secondo le testimonianze di due giovani ragazzi, era aspettato da un auto con a bordo alcuni membri della polizia politica del partito fascista: Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo. Codesti individui caricarono forzatamente Matteotti all’interno di una Lancia Kappa di proprietà del direttore del ‘’Corriere Italiano’’ Filippo Filippelli, all’interno del quale venne pugnalato a morte mentre cercava in tutte le maniera di scampare al loro agguato.  Già a partire dal giorno seguente l’omicidio Matteotti, l’11 giugno, la notizia della sua scomparsa e della sua assenza in Parlamento venne pubblicata sui giornali creando scalpore e profonda indi graziato. Era cosa, tristemente, nota che Matteotti fosse stato assassinato dai fascisti. Il suo corpo venne ritrovato il 16 giugno dal cane di un brigadiere dei Carabinieri in licenza Ovidio Caratelli, nella macchia della Quartarella, un bosco nel comune di Riano. L’indignazione per il delitto Matteotti, l’indignazione e la rabbia scatenata da quello che venne fatto nei confronti del deputato socialista, originò la fortemente simbolica – ma dal punto di vista pratico controproducente – Secessione dell’Aventino, ovvero l’allontanamento in segno di protesta dal Parlamento dei deputati dei partiti democratici, i quali rinunciarono a partecipare alle sue sedute. Tale assenza, seppur moralmente ed eticamente di grandissima valenza, facilitò il compito del governo di Mussolini che si trovava in una posizione non facile e vacillante. L’8 luglio il governo fascista, approfittando dell’assenza dell’opposizione, varò nuovi regolamenti restrittivi relativi alla stampa rafforzati dall’obbligo per ciascun giornale di nominare un direttore responsabile.  Gli oppositori di Mussolini e del movimento fascista, non poterono a causa del loro volontario allontanamento più protestare pubblicamente e molti di loro furono obbligati a prendere la via dell’esilio. Successivamente, il 3 gennaio del 1925, di fronte alla Camera dei deputati, Benito Mussolini – che cercò di ostacolare le attente indagini del giurista Mauro Del Giudice, difensore dell’indipendenza della magistratura di fronte al potere esecutivo – si prese la responsabilità del delitto Matteotti, andando a confermare ciò di cui tutti erano ben consapevoli.

Giacomo Matteotti era un uomo dai solidi principi morali, era un uomo consapevole che il movimento politico fascista era caratteristico da numerose falle che necessitavano – con coraggio e perseveranza – semplicemente di essere mostrate pubblicamente. Il giorno stesso del suo assassinio, ovvero il 10 giugno,  Giacomo Matteotti avrebbe dovuto presentare un discorso alla Camera dei deputati nel quale sarebbe andato a rivelare le sue scoperte relative allo scandalo finanziario riguardante la società petrolifera americana della Sinclair Oil, nel quale era coinvolto anche il fratello minore del Duce Arnaldo Mussolini, oltre che elementi molto vicini alla stessa Corona. Tale discorso Giacomo Matteotti non poté mai pronunciarlo, a causa di un movimento che, partito con pochi seguaci, riuscì a sfruttare la debolezza e il malcontento della gente per andare al potere. Un potere malsano, un potere che per vent’anni ha caratterizzato la fase peggiore della storia nostrana, un potere che ha bloccato ed eliminato alcune delle menti migliori della penisola, bloccando tutto ciò che rende una democrazia tale. Un potere verso cui tantissimi non hanno chinato il capo, battendosi con lealtà e tutte le loro forze affinché la democrazia nella sua piena espressione e forza potesse tornare a realizzarsi. Tra questi spicca Giacomo Matteotti, uno dei primi a comprendere la gravità dei metodi fascisti e a pagare con la sua stessa vita un coraggio nobile e saggio, un coraggio che ha rappresentato un fondamentale input per tutti coloro che andarono a fare parte della successiva Resistenza, capace di mettere fine a una pagina brutale e triste della storia italiana. Una pagina di cui non si può non prendere attentamente visione, in rispetto di figure quali il deputato socialista Giacomo Matteotti senza il quale non sarebbe stato possibile dialogare ed esprimere liberamente le proprie opinioni e i propri ideali. Ideale per cui, sempre, varrà la pena dare il meglio di sé.

Atto zero, il primo disco di Anastasio

Di Mattia Lasio

Un tempo fu Nasta mc, adolescente promettente con un interessante EP intitolato Disciplina sperimentale, poi venne X FACTOR, il nuovo nome d’arte Anastasio e la vittoria nella dodicesima edizione del celebre talent, con successiva uscita del breve progetto La fine del mondo pubblicato alla fine del dicembre 2018. Il 2020 è l’anno del primo importante passo verso la maturità, tramite la partecipazione al Festival di Sanremo con il brano Rosso di rabbia e l’uscita del primo disco ufficiale Atto zero, un disco stimolante e degno di attenzione. Un disco che risponde più che egregiamente ai nocivi critici da salotto e che sfata meravigliosamente il pregiudizio che permea tutti coloro i quali hanno preso parte ad un talent show.

La forza di Atto zero sta nei testi, nei contenuti, nei messaggi presenti al suo interno, nelle parole scelte con cura e ben selezionate dall’artista campano, originario di Meta, che nonostante la giovane età è stato capace di superare con successo il tanto atteso banco di prova del primo disco ufficiale. Un primo disco ufficiale che si apre con una titletrack presentante  una riflessione conclusiva interessante sull’arte e la sua valenza. L’interpretazione risulta pacata, quasi fosse un monologo recitato, ogni termine utilizzato cade pesante come un sasso e invita al ragionamento.  La seconda traccia si intitola Narciso e si tratta di un brano nel quale emerge la sensibilità di Anastasio, un brano caratterizzato da un giro di chitarra ipnotico. Narciso è un costante flusso di coscienza, dove nel ritornello Anastasio confronta se stesso con la figura di Narciso, celebre personaggio della mitologia greca noto per la sua bellezza. La terza traccia del progetto è Straniero, brano che sottolinea l’importanza di vivere appieno la vita, vita che deve essere morsa e gustata con energia e passionalità. La staticità è un elemento criticato e temuto da Anastasio, che lo definisce come una malattia. Emerge totalmente il suo desiderio di bruciare, ardere e crescere. L’esistenza è troppo breve per privarsi di ciò. Cronache di gioventù metese è un tuffo nel passato di Anastasio, un back in the days  nel quale il giovane e promettente artista campano rimembra le sue esperienze relative al periodo delle scuole medie e al periodo liceale. Anastasio raffronta il vecchio sé con il suo nuovo essere, un nuovo essere decisamente più maturo e, chiaramente, cresciuto. Nel brano è presente, inoltre, una critica al classico cliché tipico di parecchie figure che praticano l’arte del rapping ovvero quello di definirsi individui bruti e praticanti esperienze malavitose legate alla vita di strada e a tutto ciò a cui essa porta. Si prosegue con il brano sanremese Rosso di rabbia, una decisa dichiarazione di intenti da parte di Anastasio. Le chitarre ricordano 90MIN di Salmo – complice probabilmente la direzione artistica del disco di Anastasio da parte di Dj Slait, amico di vecchia data di Salmo e con lui fondatore della crew Machete  – e accompagnano piacevolmente l’ironia e la polemica di Anastasio nei confronti di coloro che vivisezionano le canzoni, cercando un perché a tutto ciò che al loro interno viene detto, togliendo di conseguenza ai brani la loro magia e la loro bellezza.

Il sabotatore contiene dei buoni giochi di parole e si presenta come un pezzo decisamente e indubbiamente provocatore. La voce di Anastasio è strascicata, per certi versi quasi strozzata. Si trova ne Il sabotatore un Anastasio arrabbiato che tramite un’introduzione simpatica mostra il suo totale e calmo disinteresse verso l’ascoltatore che, troppo spesso, si dimentica di essere tale e si eleva a giudice. Arriva, del tutto inaspettato, un canzonatorio e gradevolissimo settimo pezzo dal titolo Il giro di do, un brano sarcastico e brillantemente simpatico. Più che discreta si rivela l’accoppiata tra voce e chitarra. Il giro di do rappresenta una pungente risposta ai saccenti, ai finti cantautori impegnati che si ritengono intellettuali ma sono, in realtà, solamente noiosissimi. Anastasio sa prendersi in giro e, in questa ironica canzone, lo dimostra pienamente. La sua è una autoironia meritevole e ben ragionata, piacevole da ascoltare e che strappa un sorriso. Anastasio dimostra che prendersi troppo sul serio non è mai un qualcosa di proficuo e vale la pena ricordarlo.  Castelli di carte è un brano dal grande valore lirico. Un testo profondo, ‘’caldo’’, pieno di significato e sentito pathos. Un testo attento e curato nei dettagli. Si tratta della prova maggiormente elevata e convincente dell’intero disco, un piccolo gioiello targato Anastasio. VBBN presenta una base molto ritmata, incalzante e con divertenti richiami alla elettronica. Emerge in toto l’umorismo di Anastasio che si scaglia contro chi va a ficcare il naso negli affari degli altri e all’interno di questioni da cui non sono interessati.  Pezzo da novanta del progetto – costituito da 11 brani e pubblicato dalla RCA RECORDS ovvero una divisione della SONY MUSIC ENTERTAINMENT – si rivela Il fattaccio del vicolo del Moro. Emergono le notevoli e interessanti doti da narratore di Anastasio, che in questo brano adopera un approccio da teatrante molto comunicativo, oltre che carico di emotività e sentimento. Il fattaccio del vicolo del Moro è una poesia messa in musica, avente una parte finale disperata, urlata, struggente, delusa ed estrema. Parte finale che valorizza un brano di per sé già elevato e di valore. Quando tutto questo finirà è il brano con il quale si chiude il disco d’esordio di Anastasio. Si mostra  anch’esso come un pezzo molto poetico. Il ritornello è il punto forte della intera canzone: un grido rabbioso che risuona prepotentemente nelle orecchie degli ascoltatori.

Atto zero, disco d’esordio di Anastasio avente esordito alla posizione numero 10 della classifica Fimi,  è un album molto maturo per un ragazzo di non ancora ventidue anni, un album che merita di essere ascoltato con attenzione e nel quale è possibile trovare quei contenuti che nella canzone d’autore nostrana sono sempre più rari. Considerazione finale? Promosso a pieni voti!

Epicuro e la sua lettera sulla felicità: la recensione


Di Mattia Lasio

 Ciò che accomuna tutti, numeri uno e ultime ruote del carro, è da sempre la ricerca della felicità. Il tentativo di afferrarla, ottenerla, stringerla tra le proprie mani, assaporarla anche se per un solo istante. Della felicità hanno scritto molti, non alla stessa maniera chiaramente e non negli stessi contesti. Tra i vari autori, alcuni bravi altri meno, che si sono dedicati all’argomento spicca di misura la figura del filosofo Epicuro, ateniese del demo Gargetto, appartenente alla stirpe dei Filaidi, vissuto tra il 341 e il 270 avanti Cristo. Epicuro rappresenta uno dei pensatori più interessanti, brillanti, amati – e allo stesso tempo odiati – di sempre, come si addice ad ogni fuoriclasse destinato a lasciare un segno duraturo e significativo. Fu un autore estremamente prolifico e attivo, dando vita a circa trecento volumi nei quali non si trovano citazioni altrui ma, solo ed esclusivamente, concetti elaborati di proprio pugno, come a voler rimarcare – sin dal principio – la sua originalità, la sua unicità e il suo modo personalissimo di riflettere e dare forma ai pensieri. Tra le tante opere di valore si segnalano: Casi dubbi, Della natura, libri trentasette, Massime capitali, Della giustizia e delle altre virtù, Lettera sulla felicità. Proprio quest’ultima, ovvero la Lettera sulla felicità nota anche come Lettera a Meneceo, costituisce un piccolo gioiello nella storia letteraria di tutti i tempi, oltre che il testo di maggior rilievo e maggiormente apprezzato del pensatore originario dell’isola greca di Samo. Testo che, differentemente da altri scritti di Epicuro, è difficile non metta d’accordo i più, grazie all’affabilità di quello che viene espresso al suo interno.

Il filosofo greco si mostra chiaro e deciso sin dal principio della nota lettera: ‘’Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro’’.  Queste parole, a distanza di parecchi secoli e di parecchia acqua passata sotto i ponti, suonano come una rassicurazione di cui ognuno necessita, specialmente quando l’età – inevitabilmente – avanza e ci si chiede se si è ancora giovani o già vecchi per realizzare gli obiettivi prefissati. Epicuro raccomanda di non temere l’avvenire e, soprattutto, invita a non provare paura e angoscia verso la morte che – citando direttamente le parole del pensatore greco – ‘’non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza’’.  E’ profondamente inutile e dannoso preoccuparsi di ciò che ancora non si è verificato, impedendo di godere appieno dei momenti che si hanno a disposizione e del piacere – concetto cardine in Epicuro – da essi scaturito. Il filosofo fondatore dell’epicureismo – dottrina filosofica diffusasi a partire dal quarto secolo avanti Cristo – sottolinea che ‘’la morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi’’. Dunque, è per nulla proficuo stare a dannarsi quando si hanno ancora giorni da cogliere e gustare. Mali e beni, il tutto è relativo. Non sempre tutti i beni si rivelano realmente tali, come non necessariamente tutti i mali rappresentano delle disgrazie e degli elementi grandemente negativi. Epicuro mostra l’importanza della calma interiore, mostra quanto l’uso del raziocinio e di una attenta riflessione siano elementi decisivi per non cadere in preda all’ansia e per operare saggiamente e rettamente. Non esiste fortuna o sorte avversa: un individuo dotato di senno e di pazienza saprà gestire anche  le situazioni più difficoltose, vivendo come un dio tra gli uomini.

La Lettera sulla felicità di Epicuro è una lettura formativa, sotto tutti i punti di vista: la si affronta in pochissimo tempo – basta una mezzoretta per i meno dediti all’atto del leggere – ma andrà a rappresentare un momento di importante crescita per chiunque ne saprà cogliere gli insegnamenti e il valore. Non esiste dato anagrafico, come sostenuto dal noto filosofo greco antico, per essere felici o meno ma solamente buona volontà e impegno. Buona volontà e impegno necessari in qualsiasi contesto quotidiano, buona volontà e impegno più forti di ogni tiro mancino e bislacco scherzo della dea bendata. D’altronde si sa, homo faber fortunae suae. Tutto il resto è superabile e meno rivelante di quanto si possa sostenere.

Un giorno di pioggia a New York di Woody Allen: la recensione

Di Mattia Lasio

Geniale e puntuale come sempre. Brillante anche nelle prove – secondo alcuni – meno convincenti e dotato di una ironia prettamente sua che non lascia certo indifferenti. Un giorno di pioggia a New York è l’ultimo film di Woody Allen, figura unica e di spessore che con questa ultima pellicola dà vita a una commedia romantica dal retrogusto dolce e, al contempo, malinconico.

Sono quattro i punti forti e gli elementi che rendono godibilissima questa ultima fatica di uno degli umoristi più noti di sempre – avente alle spalle grandi successi quali Io e Annie, Manhattan, Crimini e Misfatti, Math Point, Midnight in Paris – uscita nelle sale italiane nel novembre 2019: la città di New York, il jazz accogliente che segue magistralmente e soavemente le battute dei personaggi in scena, il giovane Gatsby interpretato da un eccellente ed elegante Timothée Chalamet e una placida pioggia. Sarà proprio la pioggia a rivelarsi l’elemento che maggiormente emerge e risalta  dal film. Una pioggia che assume una connotazione positiva, una pioggia affascinante che segue silenziosamente le figure che si muovono in una New York morbida e disincanta. Figure inquiete, ognuna a suo modo, e in cerca del proprio vero io. Figure che cercano di raccapezzarsi alla bell’e meglio in una esistenza che cambia costantemente i piani che ci si era prefissati, una esistenza che comporta ritardi, imprevisti e incontri casuali decisamente inattesi. Figure che si ritrovano ad esaminare nuovi scenari mai immaginati prima ma non per questo meno attraenti o importanti. Proprio come dimostra il caso del giovane protagonista Gatsby, tra l’altro voce narrante del film, un giovane atipico e proprio per questo meritevole. Un giovane pacato, buono, sotto certi aspetti persino un po’ buffo e immerso in una costante riflessione sul vivere che tanto spaventa i suoi coetanei e non solo. Un Gatsby giunto a New York insieme alla sua pittoresca fidanzata Ashleigh – buffa anch’essa e persino leggermente demenziale – e che dovrà rivedere alcune delle sue precedenti teorie, grazie a un susseguirsi di eventi inaspettati dei quali si ritroverà in curiosa balia. Gatsby si ritroverà a percorrere decisi e fortuiti passi che lo condurranno presso un’altra giovane dalla forte personalità e dai modi tra il gentile e lo stizzito: Shannon Tyrell interpretata da una più che discreta Selena Gomez, vecchia conoscenza del pensieroso Gatsby, incontrata in un’ottica totalmente differente rispetto ai loro precedenti trascorsi.

Gatsby è un personaggio che sta sulla sue e in ciò si riscontra il suo essere differente nell’accezione positiva del termine. Il suo modo di comportarsi, il suo modo di domandare, il suo modo di ribellarsi alle pressioni familiari e all’elite culturale e aristocratica lo rendono una mosca bianca che alle chiacchiere vuote preferisce, e non gli si può certo dare torto, una pacata e doverosa riflessione su di sé in primis e su ciò che lo riguarda e lo sfiora, seppur superficialmente. Gatsby è l’essenza della pacatezza e della delicatezza al maschile,una pacatezza raffinata in netta controtendenza ai classici individui tutti d’un pezzo e dai muscoli decisamente sviluppati ma dal tatto pressoché assente.  Un giovane Gatsby amante dell’arte, di ciò che è pregiato ma ugualmente attratto dal gioco d’azzardo e dal cosiddetto ‘’basso mondo’’ dove sono l’astuzia e l’ingegno a dettar legge.  Struggente, oltre che inaspettato, il suo confronto con la madre, che in un dialogo intimo con il proprio figlio gli ‘’dona’’ una parte di sé che ha sempre preferito tenere celata. Una parte che aiuterà Gatsby a maturare e a capire. L’atto del capire e l’atto del cercare sono altri due punti rilevanti dell’ultimo lavoro cinematografico targato Woody Allen.  Capire e cercare la propria identità, che sia l’identità di una bizzarra aspirante giornalista o di un regista in crisi di ispirazione, una identità necessaria per realizzare totalmente la propria essenza e per far fiorire totalmente la propria personalità.

Dovendo definire Un giorno di pioggia a New York si potrebbe tranquillamente optare per dialogo romantico. Dialogo romantico perché il film è come se si rivolgesse a ogni singolo spettatore, è come se cercasse di confrontarsi  e dialogare non con la totalità degli individui in maniera generica ma tramite un modus operandi volutamente ad personam.  E’ come se fosse un momento privato desideroso di lasciar qualcosa di concreto a chi lo osserva. Un giorno di pioggia a New York non è la classica commedia romantica da guardare, tutt’altro. E’ una commedia da osservare con scrupolosità e silente partecipazione, una commedia che sa di romanticismo disincantato e non di smielata dolcezza fuori luogo.  Una commedia che fa della lentezza il suo fiore all’occhiello e il modo per comprendere che una ruotine falsamente rassicurante non può portare a nulla di veramente prezioso.

Il diritto di opporsi, la recensione

Di Mattia Lasio

L’importanza della verità, l’importanza di battersi per essa, l’importanza del suo valore e di ciò che costei comporta. Questi sono  i punti principali su cui è incentrato il film diretto da Destin Daniel Cretton intitolato Il diritto di opporsi, un film dai grandi contenuti e dalla grande valenza, tratto da una storia vera, tratto da vicende realmente accadute e più vicine di quanto si possa pensare.

Accompagnato da un’ottima accoglienza di critica, Il diritto di opporsi, uscito nella sale italiane in data 30 gennaio 2020 e distribuito dalla casa di produzione Warner Bros, narra le vicende di Walter McMillian – interpretato impeccabilmente da Jamie Fox – condannato ingiustamente alla pena capitale per un reato da lui non commesso, dietro al quale altro non c’era se non un pretesto xenofobo e razzista.  Il taglialegna di Monroeville McMillian  – accusato nel 1987 dell’omicidio della diciottenne Ronda Morrison – trascorse dal principio 15 mesi nel braccio della morte – speciale sezione di alcuni penitenziari di massima sicurezza in cui vengono reclusi i detenuti condannati alla pena di morte e in attesa di esecuzione –  rischiando di rimanere vittima del judge override ovvero la possibilità da parte di un giudice di sorpassare il verdetto della giuria. Fondamentale fu l’ausilio del giovane avvocato laureato presso Harvard Bryan Stevenson (interpretato da Michael Bakari Jordan), che fece appello contro la condanna per omicidio e che si recò in Alabama – stato più razzista degli States – per fornire una adeguata assistenza a coloro i quali non avevano una tale opportunità. Il giovane e combattivo avvocato Stevenson – fondatore insieme alla attivista Eva Ansley della associazione Equal Justice Initiative – grazie a una solida preparazione e a una incredibile perseveranza riuscì a superare ogni difficoltà, intimidazione e sgambetto presentatosi  sul suo cammino, riuscendo a convincere a dire la verità al falso testimone Ralph Myers, interpretato magistralmente da Tim Blake Nelson, permettendo di conseguenza l’assoluzione di McMillian  nel 1993, esattamente sei anni dopo essere stato incarcerato. Una assoluzione da tutte le accuse giunta quando la speranza era sempre più debole, giunta dopo sei anni infernali per McMillian e la sua famiglia, 6 anni fatti di ambiguità, tranelli e tentativi di insabbiare una verità troppo scomoda per i piani alti, una verità che si sarebbe preferito archiviare e far cadere nel classico dimenticatoio dei rimpianti, del non detto e del non fatto.

Verità, pregiudizio, ingiustizia e incapacità di accettare ciò non è meritato: questi sono gli elementi peculiari che caratterizzano Il diritto di opporsi, una delle migliori ultime uscite cinematografiche, non solamente per il contenuto di forte impatto trattato ma per il modo in cui esso è stato affrontato. Schietto, veritiero, estremamente reale e non sopra le righe. Emerge pienamente la fragilità dei detenuti e dell’avvocato difensore Stevenson, interpretato fieramente dal bravo Michael Bakari Jordan, capace di sfoggiare una recitazione pulita, chiara e forte di una espressività intensa e capace di tirare fuori la grande emotività dettata da un contesto estremamente complicato. La storia insegna e ricorda che tante sono state le figure che si sono battute per evitare ogni forma di discriminazione e sopraffazione nei confronti di chi infondatamente è stato etichettato come diverso: Nelson Mandela, Rosa Parks, Marthin Luther King giusto per citare gli esempi più celebri e conosciuti. La loro battaglia rappresenta ancora oggi un messaggio fondamentale, un messaggio che deve essere recepito e diffuso di bocca in bocca. Non esiste diversità, non esiste razza, non esiste supremazia, non esiste colore della pelle, non esiste giudizio e tantomeno pregiudizio quando si parla di una persona. Una persona costituita non solamente da carne bensì da un’anima, da sentimenti, da emozioni, da gioie e da dolori. La storia, fortunatamente a lieto fine, di Walter McMillian dimostra la nocività del pregiudizio, i suoi risvolti peggiori, il suo lato tremendo e letale, la sua forza distruttrice e quello a cui può condurre. La storia di Walter McMillian è la dimostrazione che, nonostante un contesto di partenza disperato, è possibile combattere strenuamente affinché l’ingiustizia non regni incontrastata. La storia di Walter McMillian è la dimostrazione che combattere per ideali nobili e sinceri  non è solamente corretto e necessario ma, soprattutto, doveroso per essere veramente uomini e non scordarsi mai di ciò.

Rinnovamento e speranza: le elezioni dell’aprile 1948

Un seggio alle elezioni del 18 aprile 1948 (ANSA)

Di Mattia Lasio

Fu un nuovo inizio, un concreto nuovo inizio. Le elezioni politiche che si svolsero tra il 18 e il 19 aprile 1948 rappresentarono quella ripartenza tanto agognata dall’Italia e dagli italiani, reduci da un periodo di grande difficoltà quale fu la Seconda guerra mondiale e da una esperienza fondamentale come quella della resistenza.

Le elezioni del 18 e del 19 aprile del 1948, ovvero le prime elezioni dell’Italia repubblicana, furono precedute da fasi cruciali della storia del nostro paese: il 2 giugno 1946 si tenne il referendum per scegliere se mantenere la monarchia o istituire la repubblica – con la scelta dell’opzione repubblicana – oltre che l’elezione della assemblea costituente, avente il compito di redigere la nuova costituzione, entrata successivamente in vigore a partire dal primo gennaio del 1948. Furono tre i partiti che emersero come le principali forze politiche nostrane: la Democrazia cristiana, il partito socialista di unità proletaria e il partito comunista italiano. La DC stava su posizioni filoamericane, differentemente dal partito socialista di unità proletaria e dal partito comunista italiano guardanti alla Unione Sovietica.

Nel maggio 1947 Alcide De Gasperi – figura chiave di quegli anni, la quale guidò il Paese verso l’alleanza atlantica e l’europeismo –  ruppe l’alleanza con le sinistre sancendo la fine dei governi di ampia coalizione, a cui contribuì in aggiunta anche la crisi interna al PSIUP con la minoranza riformista di Giuseppe Saragat (futuro presidente della Repubblica italiana) che si staccò dando vita al Partito socialdemocratico, mentre i socialisti rimasti con Pietro Nenni cambiarono il nome in Partito socialista italiano.

Il Paese era interessato da un clima di grande entusiasmo e rinnovamento politico, dettato dalla fine del secondo conflitto bellico, grazie a cui grandi personalità politiche, uscite finalmente dalla clandestinità a cui erano stati costretti, poterono finalmente fare sentire nuovamente la loro voce e i loro ideali. Le elezioni dell’aprile 1948 videro la contrapposizione di due blocchi: quello della Democrazia cristiana, con gli alleati liberali, socialdemocratici e repubblicani e quello del Fronte popolare, lista unica all’interno della quale confluivano socialisti e comunisti. Il clima era teso, la campagna elettorale fu accesa, dura e volta alla demonizzazione dell’avversario. Le prime elezioni dell’Italia repubblicana vennero presentate come un bivio radicale, tramite una campagna elettorale portata avanti dalla Democrazia cristiana che fece fortemente leva sulle preoccupazioni per i regimi comunisti che si erano instaurati nell’Est dell’Europa. Tale tattica elettorale – che si proponeva l’allontanamento dello spettro del bolscevismo dall’Italia – si rivelò vincente e permise alla DC di aggiudicarsi la maggioranza relativa dei voti e quella assoluta dei seggi, caso unico della storia della repubblica. La Democrazia cristiana – la quale con le elezioni del 1948 inaugurò la fase politica del centrismo grazie al 48% dei suffragi – ottenne particolari consensi nelle regioni centro-meridionali della penisola, a discapito del Fronte popolare che guadagnò il 31% dei voti, perdendo circa due milioni di consensi rispetto a due anni prima, ovvero rispetto al 1946.

Le prime elezioni politiche della Italia repubblicana segnarono un nuovo corso della storia nostrana, una ripartenza che toccò il suo apice con il miracolo economico. Rappresentarono appieno quel desiderio di rinnovamento e gioia della popolazione dopo le amare conseguenze causate dall’affermazione del fascismo e dallo scoppio della Seconda guerra mondiale. Furono l’atto zero di una nazione ancora desiderosa di gioia, di spensieratezza, trepidante per i grandi duelli –memorabili furono in quell’arco temporale le sfide tra il ‘’laico’’ Fausto Coppi e il ‘’cattolicissimo’’ Gino Bartali sulle strade del Giro d’Italia e del Tour de France – e capace di farsi sorprendere positivamente dalle novità e dal nuovo corso degli eventi.  Un Italia passata ma che merita di essere ricordata. Una Italia passata ma bella perché risorta – con impegno e spirito di sacrificio – dalle proprie macerie e dai propri sbagli.

Una data da ricordare: il 25 aprile 1945 e la Liberazione

Di Mattia Lasio

La libertà è tutto, in quanto comprende nella sua definizione quei determinati punti che – se seguiti e fatti propri coscienziosamente e nel rispetto reciproco – portano alla piena realizzazione di ogni figura. La libertà è quell’elemento che racchiude pienamente in sé il concetto di democrazia. Un concetto, al giorno d’oggi, dato per scontato ma tempo orsono tanto desiderato e agognato. Un concetto per il quale ci si batté strenuamente, un concetto festeggiato il 25 aprile, ricorrenza della liberazione dal nazifascismo e della conclusione della Seconda guerra mondiale nella penisola.

La festa della Liberazione rappresenta qualcosa di decisamente più importante di una semplice ricorrenza. Rappresenta il fulcro e il coronamento dell’operato e del sacrificio degli uomini della Resistenza – fase cominciata con l’armistizio di Cassibile del 3 settembre 1943 e ufficializzato qualche giorno dopo, ovvero l’8 settembre – che portò, grazie all’incessante azione di guerriglia dei partigiani – alla ritirata degli invasori tedeschi e alla fine del duce Benito Mussolini, arrestato il 27 aprile da un gruppo di partigiani a Dongo – vicino a Como – mentre cercava di fuggire in Svizzera con la sua amante Claretta Petacci, e  di lì a poco fucilato.

I partigiani ricoprirono un ruolo centrale nella fase storica della resistenza e tennero pienamente fede al significato della loro denominazione: il termine partigiano, infatti, significa ‘’di parte’’ e indica una persona schierata con una delle parti in causa. La parte della libertà di espressione, della libertà di confronto, della libertà di poter esprimere pubblicamente e serenamente le proprie idee. La parte della libertà diametralmente e nettamente opposta ai totalitarismi, a ogni forma di prevaricazione e malsano autoritarismo. I partigiani vivevano clandestinamente, dormivano in rifugi di fortuna, erano costituiti da giovani, operai, contadini, molti dei quali fuggivano dalla leva obbligatoria organizzata dalla Repubblica di Salò. L’azione dei partigiani si rivolgeva sia contro i nazisti, sia contro i fascisti ‘’repubblichini’’.  L’azione dei partigiani, nonostante le differenze di vedute e le differenti posizioni politiche,  era una azione guidata e spinta dal desiderio di fare fronte comune,  dal desiderio di ricostruire una Italia libera dalla maledizione della violenza del fascismo e da metodi governativi camerateschi e perentori.  La Resistenza non fu solamente una guerra di liberazione, ma anche una guerra civile tra italiani fascisti e italiani antifascisti. Tra i momenti più intensi di questa importante fase della storia nostrana risultano le Quattro giornate di Napoli, ovvero la liberazione della città di Napoli avvenuta nel settembre 1943 e provocata da una insurrezione di massa contro i nazisti. Numerosi furono anche gli scioperi antifascisti specie a Torino e a Milano, città nelle quali migliaia di operai sfidarono la ferrea disciplina imposta negli stabilimenti industriali per proclamare lo sciopero. All’interno dei partiti antifascisti protagonisti della Resistenza nacquero note brigate partigiane: tra le più famose ci furono le brigate Garibaldi, legate al Partito comunista, e le brigate Giustizia e libertà, legate al Partito d’azione.

Tra gli artefici principali del successo della Resistenza si distinse la figura di Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista italiano, il quale dichiarò in una riunione tenutasi a Salerno, che l’obiettivo principale era unire le forze contro il fascismo e il nazismo. Successivamente, si sarebbero affrontare tutte le altre questioni, come ad esempio la forma – monarchica o repubblicana – da dare al nuovo Stato che sarebbe nato dopo la caduta del fascismo. La proposta di Palmiro Togliatti, che tornò in Italia nella primavera del 1944 dopo un lungo esilio in URSS, fu accettata e passò alla storia come la svolta di Salerno, che diede indubbiamente grande forza e impulso al movimento partigiano.  Venne istituito il Comitato di liberazione nazionale (CLN) che dirigeva l’azione di tutte le formazioni partigiane sul territorio. Azione delle formazioni partigiane che dimostrava agli alleati la presenza nella penisola di ‘’un’altra Italia’’, avente il desiderio di disfarsi del fascismo e determinata a combattere a loro fianco.  Nulla poterono rastrellamenti  e rappresaglie – tragiche furono le vicende verificatesi a Marzabotto e presso le Fosse Ardeatine – contro l’azione partigiana e alleata che culminò il 25 aprile 1945, giorno della liberazione di Milano.  Gli Alleati superarono il Po il 24 aprile e l’indomani i soldati tedeschi e gli appartenenti alla RSI iniziarono la loro ritirata. Venne proclamato uno sciopero generale, annunciato alla radio Milano Libera da Sandro Pertini, futuro presidente della Repubblica e all’epoca partigiano e membro del CLN. Il 28 aprile la popolazione scese in piazza a festeggiare, il 29 aprile fu firmata la resa di Caserta – ovvero l’atto formale e finale che stabiliva la conclusione della campagna d’Italia e la definitiva sconfitta delle forze nazifasciste nella penisola durante il secondo conflitto bellico – e gli americani entrarono in città il primo maggio.

La resistenza italiana non fu semplicemente un fatto prettamente militare. La resistenza italiana acquisì un forte valore politico e civile, grazie alla partecipazione di figure di diversa estrazione ideologica e provenienza sociale, unite nella lotta contro un sistema che per vent’anni cercò in tutti i modi di tappare le bocche e i pensieri di uomini brillanti e moralmente solidi. Fu il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi a proporre al monarca Umberto II il riconoscimento di ‘’festa nazionale’’ per la giornata del 25 aprile. Infine, il  27 maggio 1949 – tramite la legge 260 –venne istituzionalizzata stabilmente la ricorrenza quale festa nazionale.  Una festa  di grande caratura, una festa da ricordare e, soprattutto, da approfondire con la dovuta attenzione e da comprendere. In modo tale che mai cada nel dimenticatoio il valoroso sacrificio di chi ci ha preceduto e in modo tale che le ombre del passato non tornino ad oscurare la forza del pensiero e del raziocinio.

Primo Levi e l’urgenza di ricordare

Di Mattia Lasio

Il bisogno di esprimersi, l’urgenza di ricordare, l’urgenza di trasmettere ciò che si è visto con i propri occhi e che si è vissuto: così può essere descritta l’attività di scrittore e la produzione letteraria di Primo Levi, torinese nato il 31 luglio e morto – molto probabilmente suicida – l’11 aprile 1987. Quella di Primo Levi è la storia di un sopravvissuto, di un reduce di una delle fasi della storia più drammatiche di sempre: la Seconda guerra mondiale, la follia assassina del Fuhrer Hitler, la Shoa. Momenti che non possono e non devono essere dimenticati. Mai. Momenti che devono essere ricordati, esperienze da trasmettere alle generazioni future per comunicare la brutalità, l’atrocità e la totale insensatezza di una violenza inaudita e premeditata, causata dalla follia di piccoli uomini. E proprio da questo forte desiderio di comunicare agli altri le esperienze passate – come sostenuto dallo stesso Primo Levi nella prefazione della sua opera – nasce il racconto autobiografico Se questo è un uomo,  opera memorialistica narrante la prigionia del chimico piemontese nel campo di concentramento di Monowitz, lager satellite del complesso di Auschwitz. Prigionia alla quale è riuscito a sopravvivere, rendendola l’argomento principale dei suoi scritti.

Primo Levi fu deportato ad Auschwitz durante il 1944, in un momento che – per quanto drammatico – si rivelò da un certo punto di vista più fortunato rispetto agli esordi dei campi di distruzione. Il governo tedesco, infatti, stabilì di allungare la vita media dei prigionieri – data la crescente scarsità di manodopera – concedendo sensibili miglioramenti nel tenore di vita. Una delle prove migliori e maggiormente toccanti della penna di Primo Levi la si trova nei versi introduttivi al libro, ispirati all’antica preghiera dello Shemà, considerata come la preghiera più sentita della liturgia ebraica. Il termine ebraico Shemà significa ascolta e proprio sull’ascolto Primo Levi  pone il fulcro del suo scrivere: con uno stile asciutto ed esauriente, Levi, si rivolge direttamente – con enfasi – a coloro i quali leggeranno le sue parole. Invita, direttamente, i suoi lettori a prendere attentamente visione di ciò che da lui è stato scritto, raccomandando di scolpire nel cuore ogni singolo termine venuto fuori dalla sua penna. Primo Levi è stata una figura che della memoria ha reso il suo punto di forza, ribadendo il peso del suo valore e dell’importanza  di parlare ai cuori di chi non ha vissuto direttamente la tragedia dell’Olocausto e a ciò si è dedicato per buona parte della sua esistenza.

Levi era una personalità brillante e acuta – formatosi presso il Liceo Classico  D’azeglio, istituto noto per aver avuto tra il corpo insegnanti docenti illustri e decisi oppositori del fascismo quali Norberto Bobbio – capace di raggiungere una più che discreta preparazione in differenti ambiti dell’ambito culturale .  La sua fu una mente versatile e recettiva, che gli permise di rendere dignitosamente sia in ambito umanistico che in ambito scientifico. Ambito scientifico a cui dedicò i suoi sforzi, dopo il conseguimento del diploma di maturità classica, ottenendo la laurea con lode presso la Facoltà di Scienze.  Il valore di Primo Levi sta, nonostante il dolore e l’enorme torto subito, nell’aver descritto in maniera impeccabile e accorta il dramma da lui vissuto, senza rinunciare alla cura per la forma e a riferimenti di spicco come quelli presenti in Se questo è un uomo risalenti all’inferno della Commedia Dantesca. L’essere scrittore di Primo Levi è la rappresentazione della ragione e del confronto come strumenti per poter progredire, anteponendo al malsano odio la giustizia e la capacità di confrontarsi garbatamente. Le sue fatiche letterarie – tra le quali si annoverano pubblicazioni di successo come La tregua, Vizio di forma, Storie naturali, Il sistema periodico, I sommersi e i salvati – hanno ricevuto premi di grande prestigio come ad esempio l’ambito Premio Strega e il Premio Campiello mantenendo uno stretto e inevitabile legame con l’esperienza di prigionia e le conseguenze da essa scaturite.

Primo Levi è uno scrittore da non scordare mai, non semplicemente per la sua bravura, ma per l’umanità dei suoi contenuti e la maturità delle sue parole che devono suonare come monito. Un monito che, a distanza di trentatré anni dalla sua scomparsa, continua a risuonare in coloro che conoscono il peso rilevante del dialogo e la nocività del mettere etichette prive di fondamento. Etichettare chi si ritiene diverso come ‘’straniero’’ è un grave errore, il primo passo per una non comprensione infruttuosa che è portatrice di esiti non certamente felici, come saggiamente Primo Levi ha ricordato. Primo Levi è uno scrittore da riscoprire nel tempo, rappresenta la obiettività appassionata di chi ha preferito al ruolo di vittima quello di testimone e messaggero di una verità che mostra quanto può essere spregevole l’animo umano. Una spregevolezza che giace ancora in alcune figure, una spregevolezza da combattere e arginare. In qualsiasi contesto e in qualsiasi periodo storico.

La verità fa male

Di Mattia Lasio

Nino Di Matteo è un magistrato che ha fatto della lotta alla mafia un credo, una questione di vitale importanza. Nino Di Matteo è un uomo che ha deciso di non tapparsi orecchie e occhi e di procedere nella lotta alla criminalità organizzata, come tante altre persone prima di lui. Perché sono state tante le persone che e hanno sfidato la mafia, rischiando e perdendo la loro stessa vita per cercare di capire cosa di cela dietro lo Stato nello Stato, ovvero cosa nostra. Il magistrato palermitano, in seguito ad una intervista con Andrea Purgatori durante la puntata risalente al 20 maggio della trasmissione Atlantide su LA7, è stato allontanato dal nuovo pool sulle stragi dal procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho. Il motivo di tale provvedimento? Le dichiarazioni in cui Di Matteo sosteneva il coinvolgimento di figure esterne a cosa nostra nella strage di Capaci, in cui perse la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini della scorta. De Raho non ha gradito le parole del magistrato palermitano, ritenendo la sua dichiarazione come una interruzione del rapporto di fiducia all’interno del gruppo creato dallo stesso De Raho. Di tanti provvedimenti presi, di tante scelte fatte, quella relativa a Di Matteo allarma. Allarma e, soprattutto, dispiace. Dispiace perché il contributo dato da Di Matteo in questi anni è stato fondamentale, prezioso e ancora più proficuo sarebbe potuto essere senza la scelta del procuratore nazionale antimafia. Si tratta di una decisione che lascia l’amaro in bocca. Di Matteo, che vive sotto scorta dal 1993, è colui il quale ha istituito il processo sulla trattativa stato-mafia, da alcuni è stato definito il ‘’nuovo Giovanni Falcone’’. Totò Riina, una delle figure principali all’interno di cosa nostra, disse che Di Matteo doveva morire, doveva fare ‘’la fine di quegli altri’’. E con l’espressione ‘’quegli altri’’ sappiamo fin troppo bene a chi si riferiva. Sono passati 27 anni dalla morte di Falcone, altrettanti da quella di Borsellino, ma il loro ricordo è ancora forte, più forte che mai e sempre maggiore sarà andando avanti. Il ricordo di due uomini che si sono battuti strenuamente per fare chiarezza su situazioni turpi, su contatti tra individui ritenuti ‘’intoccabili’’ – apparentemente – e la criminalità. Oggi più che mai siamo tutti Giovanni Falcone, siamo tutti Paolo Borsellino. Oggi più che mai siamo, e dobbiamo continuare a esserlo, tutti Nino Di Matteo, che da anni si batte per rendere pubbliche circostante e situazioni che nell’ombra ci sono state fin troppo tempo. La verità fa male, la verità spaventa e spaventa ancora di più la ricerca di essa. Ma la verità sa anche essere forte, dirompente, in grado di varcare limiti invalicabili e rappresenta un bene dal valore immenso che abbiamo di fronte. Bisogna solo avere il coraggio di guardarlo.  

Senza alcun motivo

Di Mattia Lasio

Ci sono momenti in cui è difficile trovare delle risposte. Ci sono situazioni e contesti talmente assurdi e paradossali che viene difficile credere che alcune cose si siano verificate. La cronaca è piena zeppa di casi agghiaccianti, di morti violente e truculente, così piena che alcuni neanche prestano più attenzione, o quasi, a ciò che leggono. Perché nella sfilza di assassini e delitti che si verificano giornalmente, sono presenti episodi su cui è doveroso spendere qualche parola in più del solito, affinché la fretta e il tempo non portino via ciò che, invece, dovrebbe rimanere ben situato nella memoria di ogni singolo individuo. Siamo nell’aprile del 2014, a Burntwood nello Staffordshire, Gran Bretagna. Luke Morgan ed Emma Cole  – due giovani di una ventina d’anni – uccidono brutalmente il loro figlio, di appena due mesi. Il tutto dopo una violenta lite, in pieno stato d’ebbrezza, causata dal fatto che Luke Morgan ed Emma Cole non riuscissero più ad avere regolarmente rapporti sessuali data la presenza del bimbo che, cosa normalissima, piangeva. Sul corpicino del bimbo si è abbattuta una violenza inaudita: sono stati trovati morsi, ematomi ed è stata segnalata la presenza di tre costole rotte. I due giovani genitori, probabilmente ben consapevoli della gravità della situazione, sono stati i primi a lanciare l’allarme, ma i paramedici giunti sul luogo ben poco hanno potuto fare. Entrambi hanno negato di essere colpevoli, sostenendo di aver trovato il piccolo Tyler – questo era il nome del bambino – in quelle condizioni e parlando, poco dopo, di uno scatto d’ira. I loro vicini, d’altro canto, hanno riferito alle forze dell’ordine di una violenta lite avvenuta quello stesso giorno, tramutatasi poi in uno sfogo inumano e bestiale sul bambino di appena due mesi. A distanza di quasi sei anni, Luke Morgan ed Emma Cole, sono stati condannati per omicidio. Giustizia è stata fatta. Giustizia fatta tardi, giustizia che non ridarà la vita al piccolo Tyler e che non toglierà mai il senso di profonda tristezza che si prova verso un gesto privo di alcuna giustificazione e scusante. Diceva Jim Morrison, carismatico cantautore e poeta statunitense: ‘’Se vuoi uccidere un uomo, privalo del suo sogno più bello’’. Uccidendo il proprio figlio, i due ragazzi, non solo hanno tolto una esistenza tutta da scoprire e gustare all’inerme Tyler, ma lo hanno privato di tutti i sogni che avrebbe potuto avere, di tutti i sogni che avrebbe potuto inseguire e di tutto quello che avrebbe potuto immaginare, uccidendolo non una, bensì infinite volte, in un momento di delirio e foga assassina, ingiustamente e senza alcun motivo. L’ennesimo senza alcun motivo che lascia ognuno di noi con un terribile amaro in bocca, dal quale viene sempre più complesso liberarsi.

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